Zampa di legno | L’animale umano n. 10

© di Marina Finettino

L’Animale Umano entra nell’ultimo trimestre, la Trilogia della Mutazione, con Zampa di Legno di Marco di Fiore, scaricabile qui:

http://www.urbanapneaedizioni.it/prodotto/zampa-di-legno-lanimale-umano-10-2/

Facis de necessitate virtutem, chioserebbe Sallustio, storico romano, dopo aver letto il racconto di Marco di Fiore, Zampa di legno.

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Sì perché Andrea Ghieliti, detto “Stampella”, di necessità fa virtù usando l’handicap per il quale viene ingiuriato per tirarsi fuori da una situazione bertoldesca e trasformare in favola ciò che tragedia poteva essere. L’incipit del racconto è già un macabro mistero ma il riscatto di Stampella, già omologato dai conoscenti a unità di misura e non è questo motivo di merito, arriverà per mezzo della sua fervida fantasia, mista all’arte di arrangiarsi, di sostituire il reale col falso, di darla a bere invece di rassicurare, di usare il surreale per sperimentare e confermare la sua verità.

Tutto ciò gli offrirà una via di fuga. L’unica possibile.

 

Priski e i database non rinnovati

Come quando non capisci più in che direzione stai andando: come stare su un autobus di cui non si conosce il capolinea. Questo blog sta diventando questo: un autobus di cui non conosco la direzione. Vorrei parlarvi di libri, di presentazioni, di mostre, di viaggi, di esperienze, di luoghi, di Milano, di musica. Come una volta. Ma non c’ho più voglia, voi siete sempre di meno, io sono sempre più piena di cose da fare, sempre meno desiderosa di comunicare. Tanto – penso – basta viverle per conto mio, certe esperienze. Basta viverle e commentarle con le persone con cui amo stare. Che Milano, tutti la odiano e continuano a non capire perché ci viva. Che i miei lavori, io cercavo sempre di renderli meno importanti e belli di quanto non fossero per non apparire snob, per non fare quella che se la tira. Anche perché, dei lavori sottopagati, c’era poco da vantarsene, anche se ancora alcuni non se ne rendono conto. E del mio nuovo modo per pagarmi l’affitto, ho sempre una certa difficoltà a definirlo: studio, scrivo, vado ai convegni, cresco, faccio la filologa.

Succede così che il blog muore dentro, che chi prima si spendeva a scrivere ora ha altro per la testa – tipo lavorare, tipo passare del tempo con chi ama, tipo portare fuori il cane (Yoda) o agitare fili di lana per aria per far divertire il gatto (Teo), tipo organizzare eventi che si commentano da soli e non hanno bisogno di promozione su un blog di provincia. Queste sono le nostre nuove vite – e al computer, dopo una certa ora, ci guardiamo solo i film. Per il resto, siamo sempre gli stessi, Enza, Leo, Vincenzo, Claudia, Maria Rita. Ci sentiamo sempre meno, e anche un problema che due anni fa sarebbe stato gigantesco, ora è passato quasi inosservato – forse è così che deve andare, pensavo.

Priski, due settimane fa, si è perso. Non esisteva più, per voi e per noi.

E non ci agitiamo più, lasciamo che la casella di posta si saturi di comunicati stampa, di preghiere di pubblicazione. Noi non ce la facciamo più. Anche il box dei commenti è pieno di spazzatura. Come le case che restano chiuse per lungo tempo.

Io non lo so se torneremo a essere come un tempo. Intanto, godetevi il prossimo post e sperate che il successivo arrivi, presto o tardi.

Ad ogni modo, Priski non esisteva più perché ci eravamo dimenticati di pagare per il rinnovo del database. E chi lo sapeva, che avevamo un database.

L’estate del pollo | L’animale umano n. 9

©Antonio Vena

Questo di Marco Patrone è un racconto sulla colpa e soprattutto su come cercare di sopravviverle, quel mistero che gli scrittori di carattere e talento, in un impossibile svelamento, incidono su carta.

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Ne L’Estate del Pollo un uomo prova a sollevarsi da un grave lutto, e a elaborarlo. Lo fa isolandosi in un convento che quasi non lo è. Non è l’unico però a portare un peso inestricabile in quell’isolamento comodo e senza religioni, trova infatti qualcuno che è il suo specchio, una suora distante in suggestioni tutte sue e un pollo, essere vanitoso e riproduttivo che vive in una perenne estate in quel dono che è la vita senza coscienza. E disperazione.

“Era suor Carmen a “occuparsi” di me. Era giovane, minuta e aveva stupendi occhi neri.

A volte avevo l’impressione che curasse molto le sopracciglia per valorizzare gli occhi, ma forse era, semplicemente, il riflesso condizionato di chi viene dal mondo “fuori”, quello dello smalto e delle creme per il viso, dell’esibizione perenne di se stessi.

Partita finita | L’animale umano n. 8

© Claudia Chiapparrone

Partita finita è una fotografia a primo sguardo caotica, ma in cui ogni soggetto si ritaglia uno spazio. All’inizio sembra che i personaggi siano comparse destinate allo sfondo; eppure la loro umanità si impone con forza inaspettata. E la partita, alla fine, è solo l’occasione che Giovanni Romano ci offre per meditare su cosa significhi davvero “vincere”.

Partita finita

In questo amaro e dolce racconto non vince lo sport: il calcio è terreno di battaglia per le proprie frustrazioni. Il tifo è violenza rabbiosa indirizzata ad un nemico. Il campo non è nient’altro che un treno; quel treno che ospita la signora Guastella: “Perché in treno ci sono sempre tante persone con cui chiacchierare. È bello. Sì, mi piace molto prendere il treno.”

In questo duro e profondo racconto non vince Marco Bonura, che troppo giovane è già sconfitto da una vita che “fa schifo”.

Non vince il dottor Bargi, che combatte come un “leone triste” davanti a dei “ragazzi persi”.

Non vincono i figli di padri troppo assenti.

Non vince la civiltà. Non vince la vita. E forse, nemmeno la libertà.

Eppure, dietro la rabbia e la violenza che disgusta si intravede qualcosa di tremendamente umano. Quel qualcosa (rimpianto, solitudine, dolore) che sollecita il lettore alla comprensione. Una comprensione che forse non giustifica, ma che di certo suscita pietà.

“Partita finita” è un crudo fermo immagine: l’occasione per recuperare tutto quello che, al “2 a 1 palla al centro”, abbiamo perso.

È l’efficace sintesi della complessità dell’umano: o forse, semplicemente, dell’Animale umano.

La pelle della lucciola | L’animale umano n. 7

© Mario Di Caro 

Lucciola, basta la parola, è una di quelle.

Una di quelle ragazze africane che si offrono sui viali della Favorita.

Una di quelle con il corpo in vendita e una vita da schiava, prigioniera di un racket che le ha rubato la libertà di tornare a casa.

Lucciola ha trovato il suo eroe, Rosario, forte e cortese, l’unico che le sorride e l’unico che lavora per sistemare il parco.

Rosario è un bravo ragazzo ma non sa che anche la sua è una vita a metà che all’occorrenza, al primo sgarro, ritorna nelle mani del boss di quartiere alle quali l’ha consegnata il padre.

Non sono liberi i personaggi de “La pelle della lucciola”, né vincitori né vinti: nemmeno quel Tano che svela la sua faccia feroce all’amico dal cuore tenero.

C’è solo buio alla Favorita.

Urban Apnea EdizioniEdizioni Leima


SCARICA LA PELLE DELLA LUCCIOLA QUI

Dalla quarta di copertina:

In una Palermo piegata ai suoi demoni, implacabile nel reprimere ogni possibilità di cambiamento, un uomo potrebbe pagare sulla sua pelle il desiderio di fare ordine e pulizia intorno a sé, e agli altri.

Il messaggio dell’Orso | L’animale umano n.6

L’autore che vi presento oggi è uno di quelli che meritano attenzioni e rispetto: filosofo e sagace scrittore, riesce a cogliere l’intimità di questo mondo attraverso le parole, mezzo malleabile eppure rischioso da lavorare.

Si tratta di Antonio Martone, autore del sesto racconto della dodecalogia L’animale umano, che si intitola Il messaggio dell’Orso e che potete scaricare — gratuitamente, ma le donazioni sono sempre gradite — QUI.Il messaggio dell'orso

“Il vuoto quantistico è uno stato con il quale è possibile interagire. Nella scienza contemporanea, il vuoto è diventato essenziale per la comprensione di diversi fenomeni, dalla struttura atomica alla massa delle particelle che compongono tutto ciò che ci circonda, compresi noi stessi.”

Un uomo dal passato oscuro arriva in un piccolo paese sperduto tra i mondi. Vive una forma di autarchia, una sorta di mistica purificazione, con l’esercizio di un umile lavoro come unica attività. Oggetto di pettegolezzi e curiosità, l’uomo trascorre il tempo in uno stato di vuoto, lasciando che la casa spoglia ed essenziale delimiti il confine della sua intimità. La sua pena e la sua gioia sono l’attesa e la risposta: ma di che cosa?

Mentre leggete, ascoltate Orfeo et Eurydice: Mélodie for Piano Solo di James Rodhes.

Il racconto ha come protagonista un uomo che si trasferisce in un paesino dove nessuno sa niente di lui. La gente ne è attratta ma non osa addentrarsi nella sua anima (per paura, discrezione, impenetrabilità dell’uomo…). Non vi dico di più, se non che l’autore ha scritto questo “messaggio” una ventina di anni fa, a gennaio, mentre fuori tirava vento e il suo cuore era spazzato da una separazione non desiderata. 

In queste pagine c’è tutto il dolore delle favole, quelle raccontate al passato remoto, quelle in cui si consumano tragedie difficilmente dicibili, senza quel filtro: il passato remoto come condizione di raccontabilità. Lo stesso fa la trasfigurazione in personaggio, che universalizza e spersonalizza una vicenda per renderla, da astratto “rimuginare”, pragmatico “interpretare”. Eppure, la dimensione onirica del racconto, la sua evocatività impersonale, il suo essere lieve, lo rende incredibilmente doloroso: la solitudine dell’uomo, scelta obbligata eppure non comprensibile agli occhi esterni, verrà spiegata solo alla fine, dopo una scena di delirante silenzio.

Mentre leggevo Il messaggio dell’Orso pensavo a Fiaba d’amore di Antonio Moresco (Mondadori), descritto dallo stesso autore con queste parole:

Fiaba d’amore è un piccolo romanzo che mi è uscito di getto, non solo dalla testa ma anche dalla pancia e dal cuore. Il suo passo è diretto e rapido, la sua scrittura è semplice, ma le cose che vi sono evocate sono portanti e decisive per la nostra vita, e vanno anche oltre, al di là di se stesse. [...] Perché certe volte c’è anche bisogno di abbandonarsi al canto breve e intenso, all’espressione concisa ma lancinante, se vivi la tua vita di scrittore come traboccamento e qualcosa che non era previsto erompe da te senza chiederti il permesso.
tratto da Le parole e le cose

e la cui quarta di copertina recita così:

C’era una volta un vecchio pazzo che viveva su un marciapiede, circondato da una corolla di cartoni e di stracci, vegliato solo da un colombo ferito. Forse un tempo è stato un uomo importante, ma nessuno ne ha più memoria, nemmeno lui stesso. La sua vita procede immutabile, scandita dall’avvicendarsi del sole e della pioggia, dalla buona sorte di trovare in fondo a un cestino qualche succulento scarto della vita urbana. Finché succede una cosa incredibile. Una meravigliosa ragazza dal corpo morbido e profumato incrocia gli occhi assenti del vecchio, gli sorride, lo porta a casa con sé, lo lava, lo ama. La nuova vita felice dura un tempo breve. Un giorno il vecchio – come prima è stato inaspettatamente riconosciuto e salvato – viene abbandonato e, lontano dalla meravigliosa ragazza, s’incammina verso la città dei morti, mentre la neve ricopre tutto. Ma, a questo punto, succede un’altra cosa incredibile… Secondo le parole di una straordinaria visitatrice del mondo fiabesco come Cristina Campo, “a chi va, nelle fiabe, la sorte meravigliosa? A colui che senza speranza si affida all’insperabile”. Così la storia del vecchio pazzo non finisce qui, ma supera di slancio la soglia dell’impossibile, si addentra nel buio e lo trascende. Meditazione estrema e inattuale sull’amore dietro un velo di desolazione e dolcezza, questa fiaba controcorrente indica un diverso cammino in questi tempi di chiusura degli orizzonti, ridando spazio all’invenzione della vita e del mondo. In attesa dell’uscita de Gli increati, che concluderà l’opera della sua vita, Moresco ci sorprende ancora con questo libro inatteso e ispirato, che si svolge nel regno assoluto della fiaba. Il regno dei vivi e dei morti, che ha origine là dove ogni speranza terrena finisce. Come scrive sempre la Campo, “la caparbia, inesausta lezione delle fiabe è la vittoria sulla legge di necessità, il passaggio costante a un nuovo ordine di rapporti e assolutamente nient’altro, perché assolutamente niente altro c’è da imparare su questa terra”.

Più che la separazione, infatti, quello che turba del racconto è proprio l’equilibrio dinamico che si cerca e che si crea fra i personaggi che ci sono: fra l’uomo e gli altri. Si legge tutta la fragilità dei rapporti presenti, tutto il rammarico per aver perso qualcosa di importante. Eppure, tra le righe, io ho letto l’incapacità di comprendere che quella separazione, come ogni separazione, non fa che limitare e logorare il qui e l’ora, rendendo la realtà un semplice brusio in un paesino abitato da curiosi. Il rimpianto: grande nemico del nostro tempo. Irrecuperabile e irreparabile errore, non fa che impedire nuove relazioni. 

E poi c’è il grande senso di superiorità di quell’uomo, la sensazione di non poter o non saper comunicare agli altri il proprio sentimento, la mancanza di fiducia nell’altro, la consapevolezza di aver vissuto cose che non si possono spiegare se non al vento…

Buona lettura!

La regola dell’infermiera | L’animale umano n. 5

Con estremo ritardo (si veda il patetico post precedente) vi presento il quinto racconto della dodecalogia L’animale umano: l’autrice è Stefania Rega, il racconto si intitola La regola dell’infermiera. Potete scaricarlo QUI.

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Che ci viene presentato così dagli editori:

Affondando le radici nella tradizione del movimento neorealista, Stefania Rega dirige con piglio moderno uno scorcio pregiato e delicato che guarda (con ammirazione) ai La Capria, ai De Sica, ai Luchino Visconti, in un substrato surrealista di assurdità felliniane, dentro un treno che viaggia inesorabile verso l’Italia (“perduta”) del nuovo secolo. Folle, fulmineo, enigmatico, “distaccato” da ogni possibile velleità commerciale ed esule da ogni semplicistica concessione di massa, un racconto fuori dal tempo per palati educatissimi.

Questa volta, sulle note di Erik Satie e della sua Première Gymnopédie, splendida colonna sonora per questo racconto delicato e malinconico, seguiamo le vibrazioni di un treno: una giovane viaggia diretta chissà dove. Rarefazione, onirismo, quasi, ma tutto ben dissimulato da un dialogo che pare vero. Tutto il racconto è giocato sulla alternanza fra i pensieri della ragazza e le parole dette dalla sua compagna di viaggio, una di quelle donne quasi-anziane che non smettono di parlare neppure un momento, quelle a cui non hai bisogno di fare domande perché, se da un lato rispondono ancora prima che tu le ponga, dall’altro non daranno mai soddisfazione ai tuoi quesiti, se mai avessi modo – e tempo – di innestare una domanda nel flusso indistinto ed egotico delle sue parole.

Lei, la quasi-vecchia, è tutta un “eh, cara mia, ai miei tempi…”
Lei, la ragazza, è tutta un “quale sacrificio, signora”.
Si incontrano ma non si parlano mai davvero: perché una parla e basta, l’altra ascolta e non può parlare.

Il tema del non-dialogo è quello del “prendersi cura”: le infermiere di un tempo non studiavano, ma facevano esperienza di cosa volesse dire prendersi cura di qualcun altro, senza libri, solo con la “pratica”. Amare gli altri senza sovrastrutture, insomma, aiutarli a scendere i gradini che portano dal treno alla banchina, senza pensare alle spiegazioni da dare agli altri, e scomparire.

In questo quadro tutto al femminile, si trova infatti un’altra figura, quella del vecchietto, che – almeno all’inizio – aveva fatto credere a noi lettori di essere lui il protagonista della vicenda. E invece no, è solo un faccione simpatico, sorridente, sorretto a malapena da un corpo afflitto dai reumatismi.

Dove siamo? Chi lo sa. Dove andiamo? Chi lo sa.

E io, che ho a che fare con treni e vecchi che viaggiano sui treni, non posso far altro che dire – mannaggia e me che mi ero ripromessa di non parlare qui dei miei studi – che questo racconto, almeno fino a un attimo prima della conclusione, mi ha ricordato lo zio Agrippa vittoriniano. Eh, lo so che in pochi lo conoscono: è il protagonista di un altrettanto poco noto romanzo, Le donne di Messina, un vecchio che, all’indomani della guerra, viaggia in treno in lungo e in largo per l’Italia ancora tutta da ricostruire alla ricerca della figlia perduta, e che racconta ad ogni viaggiatore che incontra la propria storia, senza aspettare che l’altro glielo abbia espressamente chiesto e senza lasciare spazio a domande o concedere all’ascoltatore il beneficio del disinteresse. E forse non mi sbaglio, se penso a questo racconto come a una bella favola perturbante.

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Come Lando Buzzanca | L’animale umano n.4

A dicembre è uscito il primo volume cartaceo dell’Animale umano, quello dedicato alla Trilogia dell’amore (i miei commenti qui, qui e qui), edito da Urban Apnea Edizioni ed Edizioni Leima. È tempo di cambiare tema, di dare avvio a una nuova trilogia: Come Lando Buzzanca di Alessandro Locatelli apre la Trilogia del distacco, e lo fa col botto. Ecco il link per scaricarlo: LINK

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Prima di iniziare, come al solito, premete play: oggi radio Urban passa Sergio Caputo.

Quando un racconto inizia con “Ricordo…”, io mi aspetto sempre che a un certo punto spunterà fuori un nonno, un padre, una madre che hanno turbato in qualche maniera la vita dell’adulto che ora racconta i suoi patemi. E invece no: qui il passato è rappresentato da Lando Buzzanca, modello indiscusso di maschio siciliano di razza purissima, di quelli che non devono chiedere mai e che, mal che gli vada, si beccano una boffa dalla fidanzata perché guarda il culo alle altre femmine. Giovanissimo, Lando sembra non essere minimamente toccato dal tempo che passa. Forse si ingiallirà la pellicola, ma il suo capello corvino e il baffo perfetto resisteranno.
Avere un modello di perfezione come Lando diventa un problema quando, ormai passati i trenta, ci si ritrova senza una relazione stabile e ci si comporta come quegli adolescenti che hanno appena preso la patente e se ne vanno al mare di notte per fare i trasgressivi. I protagonisti di Come Lando Buzzanca sono proprio così: non giovanissimi, soli (o con figli a carico), inibiti al punto tale da rifugiarsi in conversazioni facili e preconfezionate, così piene di vuota retorica che, passati dieci minuti, non resta altro da fare che cambiare interlocutore…

Piccolo spoiler: questo racconto finisce come è iniziato il precedente (potete leggere il mio commento QUI), in una cornetteria, che pare essere il luogo al quale i palermitani sono più devoti…

Non vi racconto di più, vi lascio solo qualche foto, che vi faccia da indizio per capire cosa succederà in questo divertente e ironico racconto.

Buona lettura da Priski e Urban Apnea Edizioni!

Eterna lotta | L’animale umano n.3

Siamo giunti al terzo capitolo dell’Animale Umano: la penna passa a uno scrittore. Dopo i due racconti scritti da donne (Nello zoo, di Eleonora Lombardo ed Estetico ed Emotivo, di Dafne Munro), è la volta di Carlo Loforti (avete sentito parlare della webseries Senza contratto? Carlo è uno dei creatori), che ci delizia con Eterna Lotta, il più divertente dei racconti finora pubblicati.

Scarica il racconto QUI.

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Siamo alla fine della Trilogia dell’amore e, come promesso, puntualissimo arriva il primo volume cartaceo edito da Leima Edizioni: verrà presentato sabato 19 dicembre alle 21 a Palazzo Asmundo, via Pietro Novelli 3, a Palermo. L’incontro rientra nella grande tre giorni di Jingle Books (18-20 dicembre), organizzata dagli Editori allo Scoperto. Ecco l’evento su Facebook.

Prima di parlarvi del racconto, però, vi invito, come sempre a mettere la giusta colonna sonora. Oggi radio Urban passa Paul McCartney, Singalong Junk:

A Palermo è normale che ti rubino la macchina: solo che se sei di ritorno, con quella che è tua moglie ormai da un certo numero di anni, da una piazzola di sosta che ha fatto da “nido d’amore” per dello scadente sesso in automobile, è veramente una mala figura. Una di quelle cose che non racconti a nessuno, e non  per la rabbia di averci perso una macchina – che ci vuole coraggio a rubare una catorcio di quel tipo – ma perché il sesso in macchina è una cosa che si fa ma non si racconta a nessuno, soprattutto se lo fai con tua moglie. Eppure, pur di evitare di andare dai carabinieri e perdere una notte in caserma, Giulio si convince a chiedere una mano al suo amico Piero che ha degli amici che conoscono dei tali che… insomma, le cose vanno così, a Palermo: tu paghi, LORO ti ridanno la macchina.

Solo che le cose non vanno tanto lisce: inseguimenti, cani investiti (altre macchine sfasciate…), sagome minacciose, e LA PALERMO-MESSINA. Che poi, mi viene da pensare, sempre meglio della Palermo-Catania, no?

No, perché avere la moglie vegana è una sfiga che non ti togli facilmente di dosso:

La vita coniugale non è per nulla semplice. È come un frigorifero mezzo vuoto dopo che tutti i supermercati hanno già chiuso: torni a casa e ci guardi dentro pieno di buoni propositi, ma l’idea migliore che ti viene in mente con gli ingredienti che hai è un’annacquata pastina in brodo. Se sei fortunato, ti è rimasto appena un cucchiaino di grana.

Come non detto: se hai la moglie vegana, pastina annacquata e basta, ché il grana, lei, non lo magia.

Estetico ed Emotivo | L’animale umano n.2

Estetico ed Emotivo sono muti e aspettano che qualcuno dia loro da mangiare. Sono due pesci, i personaggi che ne escono meglio da questo racconto. I loro padroni, invece… un disastro.

Estetico ed Emotivo (Illustrazione di Ciro Cangialosi)

 

Non è un disastro di chissà quale portata: la cosa tragica è che questi due lasciano che la loro relazione soccomba alla routine dei ruoli prestabiliti. Lui deve fare la parte di quello assetato di belle donne, lei quella della pollastrella gelosa. Hanno quasi quarant’anni, mille paranoie, nessuna voglia di fare sul serio, nessuna intenzione di scegliersi un ruolo meno banale, meno facile da interpretare. A portarci dentro le loro vite è Dafne Murno, con il secondo racconto della dodecalogia L’animale umano, l’opera corale messa in piedi da Urban Apnea Edizioni. La trilogia dell’amore continua dunque così: con “Estetico ed Emotivo”, che potete scaricare QUI.

Colonna sonora per un disastro di amore è questa: Duke Ellington & John Coltrane – In a sentimental mood

Un amore che si consuma (si svuota, si ripete, si omologa) dietro i riti della normalità: guardare insieme le serie tv, fare aperitivi, bere vino, discutere su cose di infima – eppure essenziale – importanza, come l’abitudine di tagliarsi le unghie in bagno o di guardare il telefono ogni cinque minuti. Stella e Claudio sono una coppia perfettamente normale: lui la provoca, lei reagisce. Lui è Estetico, lei è Emotivo? Forse. Nella loro relazione le due componenti sono tanto importanti da soppiantare ogni altro parametro di giudizio su ciò che li circonda: si guardano, guardano, provano emozioni – non sentimenti. Passa tutto: con un bacio, con un abbraccio, con un bicchiere di vino, con una promessa non necessariamente mantenuta. Ma il loro, in fondo, è un amore felice…

Un amore felice. È normale?
È serio? È utile?
Che se ne fa il mondo di due esseri
che non vedono il mondo?

Innalzati l’uno verso l’altro senza alcun merito,
i primi qualunque tra un milione, ma convinti
che doveva andare così – in premio di che? Di nulla;
la luce giunge da nessun luogo -
perché proprio su questi, e non su altri?
Ciò offende la giustizia? Sì.
Ciò offende i principi accumulati con cura?
Butta giù la morale dal piedistallo? Sì, infrange e butta giù.
(Wisława Szymborska)

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